Voglio volare
Il modo migliore per far sì che le ore – quelle noiose, interminabili, faticose e prive di ogni significato – sembrino passare più velocemente, è non permettere mai ai propri stanchi occhi di osservare le crudeli lancette che indicano lo scorrere, all'apparenza tanto lento, del tempo.
Era questo il pensiero che riempiva la mente di Leda mentre, intenta a sfogliare numerosi moduli stipati sulla sua scrivania, cercava di impedire a sé stessa di alzare lo sguardo verso il grande orologio posto sulla parete proprio davanti a lei. Il telefono di un suo collega squillò – un rumore forte, fastidioso, così strano in quella stanza colma di gente perennemente silenziosa e tranquilla – e Leda sussultò. Alzò il capo – fino ad un istante prima gli occhi erano intenti, come ipnotizzati, ad osservare le dieci dita che si muovevano freneticamente sulla tastiera, come se volesse sfogare su di loro la sua rabbia – e lo sguardo involontariamente si posò sulle nere lancette davanti a lei.
“Le nove e mezza...” mormorò.
Non poteva credere che fosse trascorsa soltanto mezz'ora dal suo arrivo in ufficio. Sembrava passata un'eternità da quando si era seduta dietro la disordinata scrivania. Si rimproverò mentalmente per aver guardato l'orologio. Pensava che fosse già molto più tardi: la pausa pranzo era ancora lontanissima. Quella delusione avrebbe contribuito ad aumentare la sua malinconia, in quell'uggiosa giornata d'autunno. Nonostante il maltempo, avrebbe desiderato con tutto il cuore correre fuori, a ballare e cantare sotto la pioggia, incurante degli sguardi stupiti che i passanti le avrebbero rivolto. [...]
Leda guardò nuovamente i volti attorno a sé. Visi scuri, nervosi, arrabbiati, annoiati. Era quella la normalità? Alzarsi al mattino contando i minuti che ti separano alle sei di sera? Cercare di non guardare l'orologio per non rendersi conto che le ore non passano mai? Eseguire ogni giorno gli stessi movimenti, prendere ordini da superiori che ridono di te e t' impongono regole che poi sono i primi a non rispettare? Strinse i pugni. 'Questa non è vita,' pensò. [...] Erano le sei di sera, l'ora in cui i prigionieri venivano lasciati liberi, almeno fino al mattino seguente. Leda non poteva credere ai propri occhi. Riordinò frettolosamente i documenti ancora sparsi per il tavolo, spense il computer, indossò il cappotto (sapeva che all'esterno, diversamente da quell'ambiente soffocante, c'era freddo), e s'avviò verso l'uscita. Notò che nessun altro si era ancora alzato per andarsene; forse avevano del lavoro arretrato di cui occuparsi. Stava per salutare, quando una sua collega parlò.
“Ehi, vai già in pausa? Non hai proprio voglia di lavorare oggi, eh?”
Leda non allentò il passo, semplicemente ignorò quella frase insensata. Forse la collega era invidiosa per il fatto che lei, dato che era l'ultima arrivata, non aveva ancora la necessità di fare delle ore di straordinario.
“Dove vai di bello?”
Leda si arrestò non appena aprì la porta dell'ufficio. Davanti a lei c'era il responsabile, uno sguardo interrogativo sul volto.
“A casa,” rispose lei, alzando le spalle.
L'uomo rise, e Leda non riuscì a capire quello strano atteggiamento.
“Dai, fai presto a bere il caffè, ho del lavoro da farti fare,” riprese l'uomo.
Realizzò che Leda non sembrava capire il senso delle sue parole, così proseguì: “Ma... Ti senti forse male? È per questo che vuoi andare a casa?”
Leda cominciò a giocherellare nervosamente con una ciocca di capelli.
“No...” mormorò la ragazza. “Sono le sei, la giornata è finita, torno a casa...”
L'uomo rise nuovamente.
“Certo che sei proprio strana, oggi! Ti piacerebbe che fosse già terminata la giornata, vero? Purtroppo per te, non sono neanche le dieci del mattino!”
Leda rimase in silenzio. Osservò a lungo il viso dell'uomo davanti a lei: sembrava serio e per nulla divertito.
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